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Quarantanni di “Wish You Were Here”

Categoria: Arte e spettacolo Pubblicato 07 Maggio 2015
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Era il lontano 1975 quando uscì “Wish You Were Here”, album indissolubilmente legato ai Pink Floyd. “Wish You Were Here” è l’album dell’assenza. Qualcuno non c’è. Si desidera che ci sia, ma non c’è. Nel caso dei Floyd, l’individuo al quale era dedicata la frase che fungeva da titolo al loro lavoro di studio, non sarà mai più con loro. Si racconta come, durante la lavorazione dell’album, un tizio un po’ calvo e obeso si aggirasse negli studi. Nessuno sapeva chi fosse. Poi, come in una rivelazione filmica, Gilmour, il chitarrista, lo riconobbe: era Syd.

Syd Barret!

Poi, come un fantasma, la figura scomparve non si sa dove.

La leggenda vuole che i Pink Floyd abbiano pianto. Si sedettero e, semplicemente, liberarono le loro lacrime. Come, prima, avevano fatto refluire il loro estro e la loro malinconia nei solchi dei brani che sarebbero andati a costituire “Wish You Were Here”, ora mandavano fuori il loro disagio per quel qualcosa che non sarebbe stato mai più, per quel qualcuno che non avrebbero mai più incrociato.

Syd aveva creato i Pink e ora, come un reietto dal mondo e da se stesso – dalla sua mente vacillante – vagava come uno sciamano impazzito e senza potere nei meandri del ‘castello della musica’. Il ‘Diamante pazzo’, per quanto di valore – e Syd ne aveva di valore se era riuscito a tracciare il primo schizzo di una band di quella levatura – era stato buttato via. Diamante o no, non lo voleva più nessuno. Anzi, non è che a toccarlo ci si sporcasse le mani, ci si bruciava: è lui quello che, fiammeggiante, stringe la mano in una foto dell’album. E’ lui quello avvolto dalle fiammate della follia.

“Vorrei che tu fossi qui”…

“Vorrei che tu fossi qui”, chissà quante volte l’avrà detto il padre di Tugce Albayrak.

Tugce Albayrak era una ragazza di 23 anni: il tempo massimo che le era stato concesso su questo pianeta. Dal destino o da qualsiasi altra entità. Certo, se quella volta non fosse uscita, probabilmente e magari, avrebbe portato avanti un progetto di vita lungo nel tempo. Come fanno tutti, come si fa in tanti. Tuttavia – era la fine dello scorso anno, novembre – Tugce non riuscì a starsene con le mani in mano senza compiere quell’atto di civiltà. Due ragazzine, 13 e 16 anni, erano state prese di mira da un gruppo di bulli. Questi le seguirono perfino nei bagni del McDonald’s tedesco. Nella moderna Ashaffenburg dellaprogredita Germania nessuno mosse un dito per difendere le due ragazzine. Tugce agì e ottenne. Purtroppo, all’uscita, il capoccia dei teppisti le sferrò un pugno in pieno volto. Quindi fu il coma, quindi la decisione del padre di staccare la spina. Mimmo Parisi, cantautore rock emiliano, della storia di Tugce ne ha fatto un brano struggente – pubblicato il 21 marzo. Il brano si chiama “McDonalds’s Angel”. Sono trascorsi quarantanni dalla pubblicazione di“Wish You Were Here”, ma l’emozione di quel “Vorrei che tu fossi qui” è più vivo che mai. E’ la stessa emozione che si respira in ““McDonalds’s Angel”. Vorrei che tu fossi qui, angelo di McDonald’s, anzi: “Wish You Were Here, McDonalds’s Angel”.