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COSA RESTERÀ DI QUESTI ANNI 2000

Categoria: Arte e spettacolo Pubblicato 12 Ottobre 2015
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Una volta Raf cantava “cosa resterà di questi anni ottanta”.

Mi chiedo cosa noi genitori, dai quarantacinque ai sessanta anni, vogliamo lasciare ai nostri figli.

Siamo divisi tra i non interventisti e i protezionisti, dimenticando un elemento imprescindibile per un genitore: l’esempio.

I nostri genitori ci dicevano di non fumare, perché faceva male, molto spesso mentre aspiravano una sigaretta appena accesa.

Molti di noi, crescendo, si sono detti di non voler ripetere gli stessi errori, cercando di far comprendere ai propri figli il perché di certe cose, anziché impedirle con una stupida ed inutile severità. Pensando di essere avvantaggiati rispetto ai nostri genitori perché maggiormente acculturati.

Alcuni di noi fumano davanti ai propri figli, ma ci tengono a far comprendere loro che nuoce gravemente alla salute e che la causa è dovuta alla fragilità emotiva. Un po’ come dire: non fate il nostro stesso errore.

Oggi si preferisce far vedere i propri limiti, ritenendosi così immuni dal dover fare la cosa più importante per i propri figli: dare l’esempio.

Eh, sì. Perché dare l’esempio è la cosa più complicata, in quanto richiede un sacrificio. Noi che abbiamo vissuto da piccoli una repressione illogica ed immotivata, perché i nostri genitori non desideravano essere condizionati dai figli, ora vogliamo rivivere tardivamente la perduta spensieratezza giovanile.

Si è passati da una generazione dove far colazione al bar era generalmente possibile soltanto quando si facevano le analisi del sangue e la cena al ristorante era un evento famigliare che rendeva euforici, a una generazione alla sfrenata ricerca di riappropriarsi del piacere dell’esistenza, mordendo la vita.

A cinquanta anni si è ancora un ragazzo, a sessanta si è giovani, a settanta si è “ancora” giovani, e così via.

I genitori si scambiano i vestiti con i figli, fino a quando non si viene tumulati, perché si veste come loro.

A questo punto la domanda sorge spontanea: ha ancora un senso l’esempio da dare ai ragazzi?

E’ uno sforzo inutile, da bacchettoni, oppure ha ancora un senso nel 2015?

La risposta non è necessariamente univoca.

Si può rispondere con un no, lasciando che le cose procedano come devono andare. Affidando tutto alla sensibilità personale del ragazzo (per non dire alla fortuna) e all'educazione che gli abbiamo impartito da piccoli (vedendo l’attività genitoriale come un lavoro a termine, semmai rinnovabile, ma se è presente una valida motivazione).

Oppure, si può rispondere con un sì.

Nel secondo caso, però, occorre essere coscienti che non si può scegliere l’ambito di competenza in cui prestarsi come uomo (o donna) immagine, altrimenti è più coerente chi risponde con un no e si limita a vedere come vanno le cose.

I ragazzi vivono di passioni che, a volte, non sono capaci di convogliare in qualcosa di fruttuoso per loro stessi.

E questo potrebbe essere il compito di noi genitori: comprendere come far convogliare tutta quella energia in qualcosa di sano e poi consentire loro di viverla appieno.

Non parlo semplicemente di iscriverli a danza, a calcio, a pallavolo o a karate (tutti nobili impegni per farli crescere fisicamente sani e consentire loro di fare esperienze di gruppo) ma di qualcosa che nasce spontanea e li coinvolge personalmente. Un coinvolgimento talmente forte che per alcuni genitori potrebbe significare un sacrificio, quindi una cosa esecrabile.

Conosco dei ragazzini di otto anni che hanno stupito i loro genitori, dimostrando di poter calcare le scene a quell'età, realizzando un vero spettacolo teatrale, con il supporto di qualche padre. Tutto ciò unì fortemente tutti, motivandoli a proseguire.

Crescendo, i giovani attori hanno dimostrato che potevano mettere in scena qualcosa di ancora più importante. Tutto ciò, però, senza che i loro genitori mantenessero quell'iniziale stupore e quella disponibilità, forse legata alla tenera età dei loro figli. Del resto i ragazzi erano un po’ cresciuti e quella loro energia non faceva più parte della vita degli adulti. I genitori continuavano ad essere contenti e ben disposti, ma incominciavano a prendere le distanze. Come se quell'energia giovanile fosse stata sufficiente per realizzare ogni cosa e, nel caso di un eventuale fallimento, ciò avrebbe soltanto voluto significare che era una delle tante pagine della vita dei propri figli da archiviare insieme al brevetto di aquila marina o a quello di cintura marrone. Una sorta di babysitteraggio per ragazzi cresciuti a buon prezzo.

Quei pochi adulti che hanno continuato a credere in quei ragazzi hanno cercato di mantenere in vita quella fiamma, mettendo a disposizione le residuali energie legate all'esperienza e all'età. Per tutti gli altri, era solo una questione dei loro figli, per giunta, senza impegno fisico e senza un elevato costo, probabilmente ritenendo che la passione di quei ragazzi non facesse più parte di loro.

E qui torniamo alla domanda iniziale: vogliamo soltanto che i nostri figli siano ciò che desideriamo diventino, magari imponendo le linee guida con la coercizione o con le dritte delle vie brevi?

La coerenza è come il minestrone: chi sta a dieta lo mangia per obbligo, mentre chi è uno sportivo lo considera uno delle pietanze che fanno parte di un suo stile di vita.

Di sicuro costa fatica ed è più conveniente lasciar crescere spontaneamente i figli, così da poter ritagliarsi il meritato spazio vitale. La nostra generazione ha preso la parte peggiore della precedente.

Se i nostri figli ci dovessero somigliare troppo, avremo lo stesso cinismo dei nostri genitori, che non si sono mai sentiti in colpa per quello che noi siamo diventati?